“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Mahatma Gandhi
“Ogni crisi è una possibilità di rinascita.” Erich Fromm.
“Non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientare le vele.” Dolly Parton.
Il cambiamento è una costante nella vita!
E’ una parte inevitabile dell’esperienza umana. Eventi personali, familiari, scolastici e lavorativi segnano le diverse fasi del ciclo di vita e richiedono continui adattamenti emotivi , psicologici e relazionali.
Alcuni cambiamenti sono scelti, altri arrivano in modo improvviso e inatteso, mettendo in discussione equilibri, ruoli e certezze. Ogni nuovo evento richiede una rinegoziazione sia del senso di sé sia della storia relazionale.
Il cambiamento può generare resistenza e disagio perché implica la perdita di ciò che è conosciuto.
Le difficoltà ad affrontarlo possono derivare da paura dell’incertezza, timore di perdere identità e ruoli consolidati, esperienze passate non elaborate, rigidità nei modelli relazionali, mancanza di risorse emotive o di supporto.
Spesso il cambiamento riattiva schemi interiori profondi legati alla storia personale e familiare.
Ma se viene riconosciuto e accompagnato, può diventare un’opportunità di crescita. In questi casi favorisce una maggiore consapevolezza di sé, riorganizzazione più funzionale dei ruoli, sviluppo di nuove competenze emotive, rafforzamento dell’autonomia e della resilienza, ridefinizione di priorità e valori.
In questo modo, il cambiamento diventa una fase di trasformazione che ci permette di accedere a delle parti di noi che fino ad allora erano nell’ombra e di sviluppare una versione migliore e più matura di noi stessi. Non è solo una questione di perdita! La vera sfida consiste nel cogliere quello che si è acquisito nel percorso per rinascere e ripartire.
La psicoterapia offre uno spazio di ascolto e di comprensione quando il cambiamento è vissuto come un blocco che si manifesta con ansia, tristezza persistente, difficoltà decisionali, conflitti o senso di stallo nella vita.
In particolare aiuta a riconoscere l’impatto emotivo e psicologico degli eventi, riconoscere le risorse interne ed esterne, trasformare schemi rigidi in modalità più flessibili, sostenere il passaggio da una fase all’altra della vita nel rispetto della propria storia.
E quando il cambiamento è dovuto da una malattia o un lutto?
La malattia e il lutto entrano nella vita delle persone come eventi che mettono in crisi e alla prova le risorse emotive interne e relazionali di individui, famiglie, coppie e reti affettive trasformando i legami e ridefinendo ruoli.
Nella cultura occidentale attuale, la malattia e la morte sono spesso rimosse, silenziate o delegate. Viviamo in una società che valorizza l’efficienza, la prestazione e il controllo, lasciando poco spazio alla fragilità e al limite.
La sofferenza viene frequentemente minimizzata (“devi essere forte”), accelerata (“il tempo guarisce tutto”), isolata (“è un problema tuo”).
Esistono perdite che faticano a trovare riconoscimento, ad esempio la perdita di una funzione corporea o dell’autonomia, la perdita di un progetto di vita, la perdita di una relazione non ufficializzata, la perdita legata alla malattia cronica, i lutti perinatali o precoci.
Questo rende ancora più difficile dare un senso emotivo e relazionale all’esperienza della perdita o della malattia, soprattutto quando coinvolge persone care.
in realtà, malattia e perdita suscitano inevitabilmente domande sul senso della vita, della giustizia e della continuità.
Domande come “perché a me?”, “che senso ha adesso?”, “ce la farò?” emergono spesso e non cercano risposte razionali, ma ascolto, comprensione e vicinanza: PRESENZA.
Possono emergere emozioni difficili da accettare come rabbia, paura, invidia verso chi “sta bene”, desiderio di distanza, vergogna e senso di colpa. In realtà tutte fanno parte dell’esperienza umana e relazionale.
E talvolta, lì dove mancano le parole e un contenitore relazione caldo per accoglierle, il corpo spesso parla attraverso sintomi, stanchezza persistente, tensioni, disturbi del sonno o dell’alimentazione.
Elaborare una perdita o convivere con una malattia non significa dimenticare o “tornare come prima”.
Significa piuttosto trovare nuovi equilibri, imparare ad accogliere la sofferenza come esperienza umana e a “convivere” con essa, ridefinire priorità, integrare l’assenza nella propria storia, riaprire possibilità di desiderio e progettualità. La continuità della vita passa attraverso una trasformazione del dolore, non una sua cancellazione.
Nel lavoro terapeutico, creare spazio per queste domande significa riconoscere la dimensione esistenziale e simbolica della sofferenza.
Può essere utile chiedere un supporto quando il dolore sembra travolgente, le relazioni si irrigidiscono o si rompono, emergono sintomi psicologici e/o corporei persistenti, si sente il bisogno di uno spazio protetto per pensare e sentire.
La psicoterapia offre uno spazio in cui il dolore può essere nominato, le relazioni possono essere comprese e riorganizzate, le risorse interne ed esterne possono emergere, si può costruire un senso nuovo dell’esperienza vissuta e un equilibrio emotivo più autentico.
Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un atto di cura verso sé stessi e verso i legami che ci sostengono.
Uno spazio terapeutico offre la possibilità di non essere soli con ciò che fa più paura e ci affligge.
